LIBRI – “Il gusto di una vita”, la recensione

Si può assaporare lentamente come un semifreddo al pistacchio ma anche mordere con gusto come una pizza. Leggere tutto d’un fiato o  centellinare come un vino d’annata. E’ il nuovo libro di Iaia Caputo, Il gusto di una vita, pubblicato da Enrico Damiani Editore, che intreccia due grandi passioni, quella per la scrittura e quella per la cucina.

Una vita che scorre davanti al lettore, catturato da un’inarrestabile voglia dell’Autrice di “scavalcare impaziente i recinti per correre sempre più avanti”. Nonostante le sconfitte, l’alternanza di ricordi non sempre felici, l’Autrice ha scelto le sue madeleine, che raccontano le varie fasi della sua vita e della sua generazione.

E’ un piccolo, saporito romanzo di formazione, in cui il lettore sente il profumo, quasi il sapore di carciofi arrostiti sul braciere, struffoli, pizza, crocchette di patate e sciu. Un’autobiografia raccontata come una ricetta eseguita con amore e con i tempi giusti. Scrivere, come cucinare, richiede non solo passione ma anche tecnica, capacità di dare forma ai ricordi. Scrittura e cucina nascono dalla ricerca di un equilibrio, in cui ogni elemento entra a far parte di “un cibo buono” o di “una bella pagina”, con un’armonia che richiede esperienza e immaginazione.

La storia parte da Posillipo negli anni Sessanta, ed ecco che quel piatto che non si poteva rifiutare nell’infanzia, odiosamente riproposto, freddo, per cena, diventa poi un hot dog, simbolo di trasgressione nell’adolescenza e poi arrivano gli arancini, mangiati al volo prima delle riunioni politiche. Cibo rifiutato, ma anche simbolo di accoglienza, sapore di momenti di convivialità con amici, e non solo del rito dei pranzi familiari, che, la domenica, terminavano con un trionfo di paste.

Dopo una iniziale indifferenza per l’alimentazione, arriva la scoperta del gelato al gelso a Capri, dell’irresistibile pizzetta di Moccia e della coviglia di Scaturchio, indimenticabile semifreddo al gusto di mandorla, cioccolato o fragola. Il cibo diventa, a volte, il compagno di notti insonni, per cercare di colmare un vuoto “incolmabile”. Fino alla maturità, a Milano, in cui Iaia Caputo inizia a inventare pietanze, a scoprire nuovi sapori.

L’Autrice non ci apre solo la porta della cucina, ma anche quella del suo cuore: il cibo diventa un dono, il piacere di raccontare una storia. La scoperta che si può cucinare con stupore, con cura,  senza modelli materni con cui competere. Un modo nuovo di nutrire e nutrirsi, fino a diventare, con orgoglio, una “brava cuoca”. Facendo pace con il passato, con i dolori attraversati e assaporati.

Il gusto di una vita ci spinge a interrogarci sulle nostre madeleine, a raccontarci seguendo i sapori che abbiamo dimenticato, ma che sono ben presenti nelle nostre emozioni. Trovando nuove radici nel presente, tra tradizione e innovazione, nuove ricette per vivere meglio  e accettare, con saggezza, che “la memoria é inconsolabile. Perché nel rievocare un sapore, un odore o un suono del passato giunge la consapevolezza di averlo perduto , e perduto per sempre”.

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