RUBRICA – Pillole d’arte #26

Immagine simbolo di oggi: “Painting A”, Jackson Pollock, 1950.

Jackson Pollock è il rappresentante più noto ed emblematico dell’action painting, la corrente che rappresenta il contributo americano alla cosiddetta “arte informale”. La sua esistenza è segnata da eventi drammatici che ripropongono il prototipo dell’artista maledetto ottocentesco (dall’abuso di alcool e di psicofarmaci, alla morte in un incidente d’auto a soli 44 anni). Come in un antico rituale magico-propiziatorio praticato dagli Indiani d’America (a cui si ispira), Jackson Pollock realizza le sue opere in uno stato di trance, nel quale è l’inconscio a guidare il pittore nel processo creativo, in una sorta di danza catartica. È la tecnica del “dripping” (sgocciolamento, colatura) del colore su una tela posta in orizzontale. L’atto fisico di creazione, la “furia” creativa dell’artista, diventa parte integrante dell’opera. Il risultato finale si presenta come un caotico intreccio di linee e macchie, un’esplosione di colore , connotato da una carica drammatica e da una totale assenza di organizzazione razionale (anche se Richard Taylor, matematico e artista, negli anni 90, ha riscontrato nelle trame dei suoi dipinti la geometria dei frattali). In esse ritroviamo quelle tipiche istanze dell’esistenzialismo, quella sfiducia nelle possibilità dell’uomo di realizzare le proprie aspirazioni in armonia con il mondo esterno. Questo caos disgregante è una suggestione però anche nostra, un disorientamento angoscioso che questa pandemia ha semplicemente acuito. Gli eventi hanno giocato con le nostre certezze come  Pollock con i secchielli di colore, creando un disegno nuovo, un labirinto, in cui dobbiamo ancora orientarci. “Bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante”, F. Nietzsche#stopcovid19⛔️😷✋

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