APPROFONDIMENTO – Coronavirus, quali timori ci porteremo dietro dopo la Quarantena?

Cosa resterà nella nostra mente di questo virus dopo la Quarantena? Quali timori ci porteremo dietro? Come riusciremo a costruirci gli anticorpi per rendere immuni i pensieri negativi, l’ansia, l’angoscia?

Il 4 maggio per molti sembrava essere la data della “liberazione” dalla quarantena. In linea teorica si potrà ritornare, seppur lentamente e con le dovute precauzioni, alla vita ordinaria. L’aspetto paradossale è che in alcuni sta insorgendo uno stato d’ansia, quasi una sorta di paura della normalità, del riprendere la frenetica corsa tra lavoro e famiglia: è come se ci trovassimo in un guscio protettivo e questo ha cambiato la percezione delle cose.

Come sarà la vita dopo la quarantena?

È la domanda che più assilla gli italiani rinchiusi a casa. Tra divieti, mascherine e autocertificazioni i cittadini sognano il vaccino contro il Covid-19 e il ritorno al “prima”. È quanto emerge dalla terza uscita dell’Osservatorio“Lockdown, come e perché sta cambiando le nostre vite”, realizzato da Nomisma in collaborazione con CRIF, che ha misurato la temperatura alle speranze e alle preoccupazioni degli italiani al tempo della pandemia. Nella speranza di avere presto il vaccino, perché questo rappresenta lo snodo essenziale per tornare a una graduale normalità, gli intervistati rivelano il 21% non è uscito mai di casa nelle ultime due settimane, vivendo in un isolamento completo; chi, invece, ha lasciato la propria abitazione almeno 1 volta negli ultimi 15 giorni lo ha fatto per svolgere attività “quotidiane o di necessità”, come fare la spesa (75%), buttare la spazzatura (62%) o per andare a lavoro (30%).

Ma uscire non è sempre una gioia perché gli italiani non si sentono al sicuro e la preoccupazione di contrarre il virus (25%) è viva; alcuni, forse perché asfissiati dalle mascherine, provano addirittura ansia. Insomma sembra che la fine del lockdown del 4 maggio non sia stata per tutti una buona notizia. Per il 52% degli intervistati non sono rassicurati dalla possibilità di uscire per svolgere attività non essenziali. A preoccupare di più è l’eventualità di frequentare luoghi chiusi in cui possono crearsi assembramenti e l’idea di prendere i mezzi pubblici spaventa il 41% della popolazione, mentre il 39% ha paura di avere contatti ravvicinati con altre persone. Solo l’8% è totalmente privo di timori riguardo le prime uscite post quarantena.
Ma c’è anche chi guarda al presente e chiede all’esecutivo di adottare una comunicazione più efficace (4%) e che sappia spiegare con chiarezza le strategie di uscita che verranno adottate per tornare gradualmente alla normalità.
Quando il governo saprà rispondere a quel 19 %  di intervistati che chiede di conoscere il giorno finale della quarantena, quello sarà il momento di affacciarsi alla finestra e tornare ad applaudire chi non si è risparmiato nella lotta, nonostante l’ansia e la paura, contro un nemico tanto feroce.

Cosa resterà nella nostra mente di questo virus? Come ci costruiremo gli anticorpi per rendere immuni i pensieri negativi, l’ansia, l’angoscia?

Ad aiutarci saranno la resilienza individuale, ma anche la paura che ha un lato razionale e salvifico. La Resilienza, quel termine tecnico che si è trasformato in una parola magica, simbolo della nostra epoca, dopo il coronavirus sarà ancora più necessario. All’improvviso ci siamo riconosciuti fragili, fatti della materia più impalpabile. Tutto quello che è sempre stato considerato «altro» è diventato così intimo da scardinare qualsiasi certezza e sicurezza. Il senso del limite ha ridato valore alle cose, ha ridefinito gli spazi, il tempo, la prossemica degli abbracci, il rapporto con se stessi. Eppure, chi possiede molta immaginazione sta già pensando al dopo, ai tempi migliori, che sia solo un brutto sogno che passerà. Immaginazione è libertà mentale, ma cosa succede a chi, guadandosi dentro, ha visto solo più vuoto e silenzio di prima? Avremo amore per noi stessi quando riavremo una nuova sconosciuta normalità? O il coronavirus ci avrà lasciato ansia, incompletezza, fragilità?

«Il Covid-19 ci ha costretto ad un allenamento di pazienza e umiltà, mettendo allo scoperto il nostro lato più fragile e vulnerabile, e facendo crollare le certezze eccessive che avevamo». «Oggi siamo ancora bloccati e frastornati, ma in questo lasso di tempo che ci separa dalla fine dell’emergenza sanitaria e del confinamento, ognuno si sarà raccontato la vicenda a modo suo, avrà riconvertito le abitudini. Una cosa è certa: la resilienza, è la strategia da attuare per riprendersi da questo shock psicologico».

Non tutti, però, in quarantena hanno vissuto gli spazi circoscritti e la dilatazione del tempo come un’opportunità. A loro cosa resterà di questo coronavirus?

«In questo momento siamo tutti disadattati, ma ognuno ha i suoi strumenti, la risposta è individuale. Lo stress, infatti, non è stare in casa ma è come si risponde allo stress, è la capacità di adattamento all’imprevisto».

Il disagio psicologico è il lato meno visibile del Coronavirus, quali sono le emozioni più ricorrenti?

«Proviamo paura cosciente e consapevole, quella paura che dà lucidità e responsabilità, senso di discernimento di cosa sia giusto o sbagliato. E poi la rabbia, che fa seguito al cambiamento improvviso, al dover ricominciare da capo, è una rabbia autolesiva rivolta verso sé stessi. Non bisogna dimenticare l’impatto che ha sul cervello l’overdose di immagini negative, è un organo che funziona come spugna: prima assorbe tutto e poi restituisce la controparte di quello che abbiamo assorbito».

Il coronavirus ha cambiato in positivo alcune abitudini di pensiero?

«È sicuramente una grande occasione per formare le persone a una alfabetizzazione emotiva diversa. Le emozioni sono sempre le stesse, sono solo cambiati i codici: la solidarietà non è solo annunciata ma è praticata nel reale, l’io trascende a favore di un progetto più grande, il noi. Se da una parte il covid-19 ci ha distaccati, in realtà ci ha avvicinati, siamo pronti alla reciprocità, viviamo tutti la stessa emozione. È un’esperienza che, forse, ci renderà migliori, ma lascerà qualche cicatrice nella nostra coscienza».

Nel “dopo”, cosa sarà importante per le persone più fragili?

«La resilienza per risalire la china e tanta empatia. A favore dei più fragili, sarà importante attivare subito la rete sociale per far ritrovare le certezze con presidi culturali e di supporto grazie all’affiancamento di figure professionali che permettano di rendere immune anche la mente da questo virus».

Come si affronta la paura? 

«La paura è una risorsa che ci salverà. Ci sono due tipi di paura, quella istintiva e quella meno veloce ma razionale, che porta ad analizzare le situazioni col giusto distacco. Dobbiamo imparare ad allenarci alla paura, di solito usiamo solo la parte più negativa, eppure quella più riflessiva e razionale rappresenta l’opportunità per andare avanti. Se non usiamo la paura e non smettiamo di avere paura della paura, il rischio è di rimanerne sottomessi, con uno stress emotivo che per di più abbassa le difese immunitarie.

Lo sport è un rifugio sicuro per l’umore?

«Lo sport è un farmaco naturale con cui attingiamo alla nostra farmacia privata. L’attività aerobica consente di stimolare la produzione di serotonina, dopamine, endorfine, è una chimica positiva che migliora l’umore e tutto il repertorio cognitivo come l’attenzione, la concentrazione, l’apprendimento e la memoria. Insegna la flessibilità, intesa come capacità di cambiare e di adattarsi al cambiamento. E questa flessibilità è alla base di tutto, è un anticorpo sociale e culturale per non rimanere confinati. Allo sport dedichiamo le nostre passioni e per questo ci dà la possibilità di mantenere aperta una finestra emotiva che costruisce un’identità comune, che ci aiuta a sentirci meno soli».

Che senso avrà la libertà ritrovata?

«Mai come in questo momento il nostro cervello è stato un cantiere aperto, per allestire e analizzare un progetto di vita diverso. È un momento affascinante questo, non è solo dolore e sofferenza, perché tutto ha acquisito un significato diverso. Forse ci scrolleremo di dosso tante stupidità, non saremo più ottusi consumatori e spero che la scienza diventi cultura di massa. La salute e la libertà sono i valori che dovranno diventare centrali nella nostra vita».

Come poter gestire il rientro alla normalità?

La base iniziale per affrontare qualsiasi cambiamento è la “morbidezza” delle azioni, ovvero l’adattarsi piano piano, aggiustando il tiro e non avendo fretta. L’insegnamento principale è stato appunto “il riprendersi il tempo”. Ora dobbiamo applicarlo al dopo, non avere fretta di uscire, di pensare alle vacanze, di dover correre da una parte all’altra della città. Le restrizioni ci impongono calma, possiamo muoverci ma a piccoli passi.

Quello che conta essenzialmente è la “distanza sociale”, cerchiamo di non pensare a cosa faremo tra un mese, restiamo ad oggi e a domani.
Non chiudiamoci nel mutismo, parliamone con la famiglia e gli amici: il confronto è necessario, pensare al “prima” non serve, anche le pietre con il tempo cambiano forma.

Ci adatteremo ai nuovi ritmi così come è stato in questo periodo, e porteremo appresso il bagaglio di questa esperienza anche quando ne saremo del tutto fuori: il nostro organismo è modificabile e nulla resta uguale. Se questo adattamento non avviene gradualmente, è necessario chiedere aiuto, per capire che cosa è a bloccare la persona, facendo affrontare le proprie paure e ansie per questo nuovo presente dove non si hanno certezze concrete, con esperti che possono guidarla a focalizzare una inedita prospettiva per ricreare una mutata resilienza individuale un passo alla volta.

* La Dott.ssa Maria Elena Raschi è Specialista in Psicologia presso la Casa di Cura “Villa Mafalda”

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