RUBRICA – Pillole d’arte #2

Immagine simbolo di oggi: “Venere allo specchio”, Velazquez, 1650.
Nota anche come Venere Rokeby (perché si trovava nella collezione Morritt a Rokeby Park, prima della sua acquisizione da parte della National Gallery) è l’unico esempio di nudo femminile realizzato dal pittore andaluso giunto sino ai nostri tempi. Una Venere “indecorosa” viene dipinta dal Velazquez languidamente distesa, di spalle, su un raffinato panno blu/grigio che ne fa risaltare la carnagione chiara. Il figlio Cupido le regge uno specchio dal quale la madre può contemplare la propria bellezza e al tempo stesso guardare lo spettatore. È il cosiddetto “effetto Venere”, un fenomeno della psicologia della percezione (usato nel cinema, nella fotografia oltre che nell’arte) in cui lo spettatore crede di vedere un riflesso su uno specchio ma in realtà è lui che, in un gioco di inganni, viene osservato e “portato dentro” al dipinto. L’opera può essere letta come un’allegoria morale della “vanitas”, della bellezza destinata a svanire, e lo specchio, cuore del dipinto, ne rappresenta quindi il simbolo. La cosa che colpisce è che il viso riflesso è sfocato, e sembra quindici suggerirci che la bellezza non la possiamo guardare direttamente, o meglio che la percezione di noi stessi è diversa da quella riflessa negli occhi di chi ci circonda. Non sempre, infatti, l’immagine che gli altri ci rimandano indietro è corretta, oggettiva, spassionata; è anzi facile che sia distorta da pregiudizi, bisogni, e da paure. La cosa si complica, genera ulteriori errori cognitivi di percezione, se stiamo vivendo uno stato emotivo spiacevole o destabilizzante, come il periodo di emergenza pandemica attuale. Esserne consapevoli è il primo passo per poter identificare e contrastare queste distorsioni, valutarne l’inconsistenza, e conoscere finalmente noi stessi.

Si usa uno specchio di vetro per guardare il viso e si usano le opere d’arte per guardare la propria anima” George Bernard Shaw #stopcovid19⛔️��✋

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