CORONAVIRUS – L’aggiornamento settimanale sui dati della Protezione Civile. Le buone e le cattive notizie.

A. LE BUONE NOTIZIE

Le curve dei grafici riguardanti i pazienti in terapia intensiva e ospedalizzati hanno imboccato una discesa ormai ripida. In termini pratici significa che il carico sulle strutture ospedaliere è ormai significativamente ridotto, ma pur sempre di una certa rilevanza. I reparti di terapia intensiva di tutta Italia, dopo i picchi di quasi 4000 pazienti ad inizio aprile, si stanno progressivamente svuotando, con un carico di pazienti attualmente quasi dimezzato (oggi 2384 pazienti). Anche gli ospedalizzati sono andati incontro ad un calo di quasi il 25%, dai 33.000 di inizio aprile siamo oggi a 26.000 ricoverati.
Tutto ciò ha dei risvolti positivi anche per i pazienti con altre gravi patologie. Infatti, questo scenario più favorevole sta finalmente permettendo in quasi tutta Italia il riavvio delle attività ospedaliere ordinarie seppur a scartamento ridotto.

Anche il numero giornaliero di deceduti si è dimezzato. Siamo passati dalle 1000 morti giornaliere di fine marzo alle 437 di oggi.

Calano finalmente anche i nuovi casi ma la fase di discesa resta meno ripida della salita. Siamo lontani dai picchi giornalieri di 6500 positività (40000 a settimana) ma comunque quei quasi 3500 nuovi casi al giorno in vista dell’imminente fase 2 non sono numeri del tutto rassicuranti. 
Possibili ragioni? 
• Lockdown troppo leggero; 
• Casi identificati tardivamente per aumentata disponibilità dei tamponi solo nelle ultime settimane; 
• Contagi secondari intrafamiliari; 
• Contagi secondari in RSA e strutture ospedaliere per carenza DPI e adeguati percorsi; 
• Contagi secondari per violazioni della quarantena.

Si fanno sempre più tamponi (ormai in media quasi 60.000 al giorno), ma sempre meno risultano positivi (oggi media nazionale del 5.6%). In termini pratici ciò significa che ormai quasi tutti i sintomatici riescono in tutta Italia ad avere accesso al tampone. Pertanto i dati del bollettino della Protezione Civile ora dovrebbero fornire una fotografia più veritiera dell’epidemia da COVID-19 in Italia.

B. LE CATTIVE NOTIZIE

L’Italia è nella sua storia il Paese dei mille campanili, dei particolarismi, dei regionalismi. Anche il COVID-19 non ha fatto eccezione. L’evoluzione dell’epidemia risulta infatti, estremamente variegata e a macchia di leopardo. A mio avviso, tutto ciò rende la realizzazione di una fase 2 omogenea per tutta Italia piuttosto complicata.
Nella mia analisi regionale ritengo che in previsione della fase 2 siano da tenere in considerazione perlomeno questi 4 parametri: 
• Prevalenza (casi/numero di abitanti);
• Trend nei nuovi casi giornalieri/settimanali;
• Tamponi effettuati/100.000 abitanti;
• Percentuale di tamponi positivi

Figura complessa che però spiega molto bene il variopinto scenario italiano.
La prevalenza disposta sull’ascissa fornisce l’idea di quanto l’epidemia si sia diffusa in ogni regione. La media italiana è di poco più di 300 casi ogni 100.000 abitanti. Tuttavia i dati differiscono enormemente perché passiamo dalle regioni del nord (quelle più spostate a sinistra) con più di 600 casi ogni 100.000 abitanti (es. Val D’Aosta con 871 casi ogni 100.000 abitanti) alle regioni del centro-sud con meno di 100 casi ogni 100.000 abitanti (es. in Calabria appena 54 casi ogni 100.000 abitanti).
Questa figura presenta inoltre sull’ordinata l’incremento percentuale settimanale dei nuovi casi. Questa misura fornisce un’idea su quanto l’epidemia sia sotto controllo. Incrementi percentuali prossimi allo zero suggeriscono un’epidemia ormai in esaurimento, incrementi percentuali marcati denotano uno scarso controllo nella diffusione del contagio. La media italiana si è attestata intorno al 13%. Però anche qui i dati variano tantissimo secondo la regione analizzata. In questo caso salta anche la semplice distinzione Nord-Sud. In alto, con un allarmante incremento settimanale del 25%, abbiamo il Piemonte; agli antipodi con un incremento settimanale di appena il 3% c’è l’Umbria.

Vi chiedo di concentrarvi sulle colonne verdi. Forniscono un’idea di quanto ogni regione sia in grado di erogare tamponi. Di fatto questo parametro fornisce la misura della “potenza di fuoco” di una regione. Di quanto ogni regione sia in grado, in previsione della futura fase 2, di fare nuove diagnosi e con indagini epidemiologiche basate sui tamponi di individuare, isolare e spezzare le nuove catene di contagio. Qui il capofila è il Veneto che ha erogato 3500 tamponi ogni 100.000 abitanti, fanalino di coda il Lazio con appena 430 tamponi ogni 100.000 abitanti.

La percentuale di tamponi positivi dà l’idea a mio avviso di quanta epidemia sommersa ci sia ancora in una data regione. In Lombardia, nei periodi di massimo carico epidemico quasi il 50% dei tamponi eseguiti era positivo, ora siamo al 10%, una percentuale nettamente più bassa ma ancora significativa. SE CERCHI, ANCORA TROVI! Di contro in Umbria la percentuale di tamponi positiva è stabilmente sotto l’1% da una settimana.

Banalizzando dunque, ci troviamo da un lato regioni come Lombardia e Piemonte in cui abbiamo un carico di malattia ancora elevato (più del 50% di tutti i nuovi casi odierni proveniva da queste due regioni), una prevalenza elevata, una capacità di erogare tamponi discreta ma non eccellente e una percentuale di tamponi positivi ancora del 10%.
Dall’altro, regioni come l’Umbria e la Sardegna che potrebbero riaprire già oggi avendo una prevalenza di malattia bassa, casi giornalieri inferiori a 10, una buona capacità di erogare tamponi e una percentuale di tamponi positivi ormai prossima allo zero da una settimana.
In mezzo una serie di regioni con caratteristiche intermedie. Le Regioni del centro-sud hanno bassa prevalenza e ridotti incrementi percentuali settimanali, ma una capacità di erogare tamponi ancora non ottimale. Questo è un parametro assolutamente da migliorare in questi giorni perché sarà di fondamentale importanza durante la fase 2 per individuare, isolare e spezzare le nuove catene di contagio. Regioni del Nord come Veneto e Friuli Venezia Giulia in cui la prevalenza di malattia è alta, i nuovi casi giornalieri in calo ma non ancora azzerati, però con una capacità di eseguire tamponi e quindi di circoscrivere nuovi focolai molto elevata. 

In conclusione cosa ho voluto dire con questi dati? Ritengo che, alla luce dei parametri analizzati, esista una differenza notevole tra le regioni italiane in previsione della futura fase 2. Per questo credo che adottare misure omogenee per tutto il territorio nazionale sia veramente un azzardo. In particolare sono d’accordo sulla circolazione interregionale delle merci, ma sullo spostamento delle persone ci andrei molto, molto cauto almeno per quanto riguarda alcune macroaree in cui persistono ancora delle significative criticità.

Fabrizio Presicce è Dirigente dell’Ospedale San Filippo Neri di Roma.

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