ECONOMIA – Lettera aperta a economisti e politici

Si parla molto in questi giorni di politiche economiche atte a fronteggiare il Coronavirus, ma ciò che andrebbe realmente pensato è come impostare una nuova politica economica alla luce di questi enormi cambiamenti che ci condizioneranno negli anni a seguire.

Nicola Liguori

Si parla molto in questi giorni di politiche economiche atte a fronteggiare il Coronavirus, ma ciò che andrebbe realmente pensato è come impostare una nuova politica economica alla luce di questi enormi cambiamenti che ci condizioneranno negli anni a seguire.

Finita questa guerra tutti gli italiani avranno bisogno di lavorare. Le nostre imprese potrebbero dare lavoro producendo nuovamente tutto in Italia abbandonando le sedi produttive in mercati dove il costo del lavoro è basso (Cina in primis) e ha gravi conseguenze in termini ambientali e di salute? Può essere un’idea per ripartire? Chiaro è che la maglietta costerà magari di più, ma la persona potrà allo stesso modo pagarla di più in quanto lavora e viene pagato anche di più.

Alcune maestranze nostrane, come ad esempio quelle del cinema, si sono uniformate già da tempo al costo e alle paghe contenute pur di continuare a lavorare e i produttori operanti nel cinema hanno sempre preferito fare le cose in house rispetto a esternalizzare la post produzione.

Visto che ognuno perde qualcosa da questa guerra, a scapito di ambiente e politiche sanitarie, forse sarebbe il caso che le aziende per risollevarsi chiudano impianti in Cina in primis, producendo qui in Italia nei nostri territori dal nord al sud, dove siamo veri top player e la storia ce l’ha insegnato (ci siamo scordati i grandi geni? Il sarto calabrese Versace? Armani?).

Ci siamo fermati con questa globalizzazione sfrenata. Ed è una sconfitta di una economia non lungimirante e non capace di conoscerne le reali conseguenze.

È ora di pensare a una nuova impostazione produttiva e economica che dia lavoro (e non politiche di sussidi che sono il male dell’umanità), facendo rifiorire anche i piccoli lavori dati in mano ai cinesi, indiani.

La delocalizzazione a basso costo ha fallito a questo punto. Lavoriamo solo con Stati dove politiche sociali economiche e sanitarie sono allo stesso livello se non superiori.

Potrebbe essere un sogno, un’utopia, chissà. Certo vorrei sia uno spunto di riflessione per economisti e politici affinché insieme si mettano tutte le forze in campo per fare in modo che l’Italia possa riprendersi a livello economico e socio-politico.

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