L’INTERVISTA – Manlio Dalmasso: “Poesie alchemiche. Raccolta zero”

"Se riscopriamo noi stessi, ogni amore allora diventa speciale: per le cose, le persone, gli animali, perché è senza aspettative, vive nel presente"

Copertina Poesie alchemiche

Manlio Dalmasso è nato e vive a Roma. Laureato e abilitato in Medicina e Discipline mediche, è da sempre interessato al mondo dell’Alta Iniziazione e agli Studi Tradizionali. Tra le materie oggetto di ricerca un posto di riguardo merita l’Alchimia, a cui onore ha riassunto qualche verso, nato spontaneamente e come sintesi e memoria di quanto appreso. Il tutto mescolato con pochi episodi di vita vissuta in poesie da cui emerge un’intensa passione, oltre che un’ottima scrittura.

Manlio Dalmasso

Manlio, nel tuo bel libro POESIE ALCHEMICHE affiora una grande sensibilità che riesce a trovare parole efficaci per esprimersi compiutamente. Complimenti, sembra che tu coltivi la passione per le lettere da molto tempo.

– Adoro scrivere e adoro i libri, il loro profumo, la possibilità di toccare con mano il pensiero dello scrittore, espresso tra le righe. Ogni opera è un mondo meraviglioso che si apre ai sensi e alla fantasia.

L’Alchimia è un sistema filosofico molto antico che ha lasciato profonde testimonianze non solo nella storia dell’arte, ma anche nelle tradizioni di quelle tante discipline attraverso le quali si espresse… Come ti sei avvicinato all’Alchimia? Cosa è per te l’Alchimia?

– Mi sono da sempre interessato all’esoterismo e alle materie cosiddette “tradizionali”. L’Alchimia, con quel suo alone di mistero e di fascino mi ha colpito e coinvolto quasi subito. In realtà, è un’arte profondamente adatta a noi occidentali, perché va verso l’operatività pratica, qualcosa che si vede, si tocca. E poi, come dicevi, se si osserva attentamente l’Alchimia è ovunque presente nelle creazioni di ogni tempo; insomma, la ritrovi a ogni passo, difficile non innamorarsene.

Come nelle poesie sufi e dei trovatori, in alcune tue liriche spesso è facile confondere se ti stai rivolgendo a una persona in carne e ossa o a un’entità incorporea: come per esempio nelle bellissime “Abbraccio”, “Amore”, “Dove sei?” o “Istanti”. Mentre in altre (“Pioggia”, “Ad una sconosciuta”, “Un bacio”), sembra evidente il richiamo a una donna.

– Certo, ogni cosa che ho scritto si riferisce a esperienze reali, a emozioni importanti. Il punto è proprio questo: la passione, l’amore, è qualcosa che tutti sognano o hanno provato, e pur con gradi e qualità diverse, per molti è il desiderio che più conta, la cosa a cui non potrebbero mai rinunciare. Qualcosa di comprensibile, dunque, ma anche una delle esperienze più alte dei sensi che sia possibile per l’essere umano. Sufi, trovatori e iniziati in generale hanno scelto di esprimersi così perché volevano far comprendere due cose importanti. Le dottrine iniziatiche vanno seguite con passione, la stessa passione e dedizione di un amante, perché solo mettendoci tanto potranno regalare risultati ai massimi livelli. Inoltre la realizzazione che si vuole raggiungere è quella della completezza dell’essere umano. L’uomo, per essere completo, dovrebbe essere sviluppato ugualmente sui piani fisico, animico, mentale e spirituale; tuttavia, soprattutto nei tempi di oggi vi è una prevalenza dei lati fisico e mentale sugli altri due. Soprattutto è carente il lato animico, mentre quello spirituale nemmeno è conoscibile se non vi è sviluppo armonico degli altri tre, per cui è necessario coltivare il lato animico. Questo, tradizionalmente è definito come un lato “femminile”, “sensibile” del carattere, per cui nelle Tradizioni che hai nominato si ricorre proprio a questa suggestione: come si insegue una donna per averla con tutte le proprie energie, così si dovrebbe inseguire la parte mancante di sé, per uno sviluppo armonioso. E come nell’abbraccio si prova un’estasi, anche se temporanea, così nell’unione delle parti sparse del proprio sé si raggiunge la completa realizzazione. Questo concetto come lo si può esprimere a chi sulla via iniziatica non ha mai mosso alcun passo o nemmeno ne conosce l’esistenza? Come gli si trasmetteranno delle sensazioni altrimenti incomunicabili? Solo il paragone con l’amore può realizzare questo miracolo. Ovviamente, non mancano i riferimenti alchemici, ad esempio notate i colori usati in “pioggia”.

Nelle tue poesie spesso ricorre il concetto del tempo come un’illusione, come per esempio nel piccolo scrigno che è “Eternità”: vecchio e bambino coincidono, ma non è solo una questione di anni, è un’innocenza che va ricercata nel profondo del cuore.

– Un’esperienza meravigliosa del lavoro in laboratorio è che lo scorrere del tempo si percepisce spesso come più lento o più accelerato. È qualcosa di meraviglioso e inesprimibile a parole, e ti fa capire che, come dicono le Grandi Tradizioni, il tempo è solo un’illusione e lo spazio con esso. Ma l’Alchimia non si occupa semplicemente di cose astratte, si tocca la materia, si lavora con delle cose fisiche. Allora, l’alchimista riesce a percepire sia la materia che il distacco da essa, sia il tempo ordinario che il tempo come entità costruita, inesistente. Vive nel mondo, ma si rende conto che quanto vede non è tutta la realtà. Infatti, se il tempo non esiste, la stessa realtà diventa una costruzione che nasconde altre dimensioni.

Quel che più colpisce nella tua raccolta POESIE ALCHEMICHE è la varietà di temi che tocchi: l’amore (“Il Vero Amore”) in ogni sua forma, anche per il proprio animale da compagnia (“Un osso”), l’esortazione ad andare oltre le difficoltà anche nei momenti più bui (“Cammina”, “Gli spiriti del Natale passato”), il tradimento (“Cospiratori”, “La Torre”), l’esaltazione dell’ignoranza come riscoperta dell’innocenza propria dei fanciulli, la necessità di arrivare a un distacco anche dagli amori terreni più cari “Orizzonti”. Quanto vi è di strettamente autobiografico in queste poesie?

– Intanto, a me piace “fare” poesie, e i fatti di ogni giorno sono insuperabili nel dare ispirazione. La realtà è che non possiamo evitare quanto succede quotidianamente, vorremmo essere liberi e felici, ma attorno a noi continuano ad accadere delle cose. Alcune sono piacevoli, altre no. E noi ci appassioniamo, ci identifichiamo e ne siamo totalmente presi, oppure ci disinteressiamo e ci distacchiamo da tutto, fuggendo chissà in quale mondo lontano, come vorrebbero alcune vie mistiche. Ma così facendo viviamo a metà: se ci identifichiamo nelle cose perdiamo il senso di noi stessi, se ce ne allontaniamo non le viviamo. In entrambi i casi perdiamo il gusto della vita, siamo vivi a metà. L’Alchimia e le altre strade tradizionali cercano di farci vivere appieno la vita, attraverso la realizzazione di un essere equilibrato, ma, per ottenere questo, vi sono dei presupposti che si danno per scontati e che, invece, sono fondamentali. Spesso gli stessi libri li trascurano, mentre si tratta di una base indispensabile: nel mio lavoro ho cercato di indicare tali fondamenti con esempi diversi, come diverse sono le situazioni in cui possiamo vivere. Si tratta di intravedere un polo unitario, cosciente, indipendente, dentro di noi, che ci fa imprigionare, ma non uccidere il “tiranno” in “Cospiratori”, ci fa pensare ad una nuova alba in “La torre” ci fa intravedere un nucleo di luce in “Cammina” e “Gli spiriti del Natale passato”. Se riscopriamo noi stessi, non siamo esseri costantemente a caccia di piaceri, siamo noi stessi creatori di piacere, ogni amore allora diventa speciale: per le cose, le persone, gli animali, perché è senza aspettative, vive nel presente, osserva la realtà da un punto distaccato, ma sa di far parte della realtà. L’Alchimia opera con cose concrete, ma proprio questo ci obbliga a considerare le cose per quello che sono; contrariamente ad altre scienze tradizionali non ci allontana dalla materia, non ci fa vivere in chissà quale paradiso astratto, ma coniuga il mondo terreno con quello spirituale, dà la possibilità di essere insieme al di qua e al di là dello specchio.

In alcune liriche – “Il giardino incantato”, “Il giardino”, “Il mio alambicco”, “La volpe”, “Perle di saggezza”, “Poesia alchemica”, “Quattro colori”, “Vinum” – emerge un vero e proprio processo di trasmutazione alchemica unito a un’osservazione diversa della realtà.

– Il processo alchemico è esteriore, in laboratorio, e interiore, nell’animo umano. I testi, infatti, parlano della realizzazione di due Pietre, una interna e una esterna. Nascoste nelle mie poesie vi sono anche delle indicazioni di pratica ma, soprattutto, si è qui cercato di comunicare le sensazioni che accompagnano il processo di crescita spirituale. Qui l’attenzione è concentrata all’interno, le esperienze sono difficilmente comunicabili, ma il paragone con cose vissute e provate ne dà un’immagine viva. Succede, allora, che anche l’osservazione della realtà cambia, perché si è resi più sensibili ad accorgersi delle forze in gioco nella Natura. Questo perché l’uomo è l’immagine della Natura e quanto succede nella Natura succede anche in noi, perché ne siamo il prodotto, dunque soggetti alle stesse leggi.

Un tema ricorrente in quasi tutte le tue poesie è il matrimonio mistico/alchemico/tantrico tra archetipo maschile e archetipo femminile per ritrovare l’Uno, un caso raro – dal punto di vista logico matematico – in cui 1+1 fa sempre 1, e talvolta la difficoltà e il rammarico di non riuscire raggiungere questa unione (“Stelle”).

– Come l’amore indica l’unione e la realizzazione, così il non stare vicino all’amata, il perderla è sinonimo di infelicità, fallimento, ma potrebbe significare anche il ritrovare o riscoprire la tensione verso l’amore e l’oggetto del desiderio. È una maniera per indicare il bisogno di completare se stessi, di crescere spiritualmente, l’ansia di migliorarsi anche solo per comprendere chi si è e cosa si stia a fare qui. Il senso di “Stelle” è che il tempo passa, l’universo (le stelle) continuano il loro corso, ma lei è lontana. Il tempo torna a scorrere ordinario, non si è più in quella dimensione celestiale, quando si stava insieme, non si è completi. Ma le ore volano, la notte finisce, bisogna sbrigarsi a ritrovare la propria parte mancante.

Due poesie suscitano una certa curiosità: “Luna Park” e “Malevoli”: come a dire: attenzione, perché lì fuori non è tutto rose e fiori.

– “Luna Park” indica quanto sia inconsistente la realtà che ci circonda fuori, “Malevoli”, quanto lo sia quella che ci costruiamo dentro. Recentemente parlavo con un’amica, che mi diceva che i suoi tentativi per migliorare se stessa spesso si scontravano con chi le stava attorno. Alla fine concludemmo che in ogni caso qualsiasi cosa si tenti ci sarà sempre qualcuno disposto a criticare, per cui conviene tirare avanti e non farsi distrarre dai propri propositi. I “Malevoli”, quelli che vivono in noi e quelli che incontriamo nella vita, vincono solo se prestiamo ascolto quello che dicono, e ci lasciamo distrarre dal nostro cammino.

Cosa si cela dietro a “Notte futurista” oltre all’esplicito richiamo al movimento e a Marinetti?

– Dei futuristi non amo particolarmente l’estetica e l’eccessiva destrutturazione nell’arte, ma adoro la loro espressività enorme, dinamica e piena di forza. Le parole in sé si arricchiscono di significati, ed è questa potenza che ho voluto imitare in questa poesia. Si parla sempre di passione che è un pretesto per indicare il tendere a uno stato di coscienza assoluto, esaltato, quello che viene detto: “stato di illuminazione”. A un certo punto questa tensione crea dei lampi che fanno scoprire per un attimo le cose, che ci danno una chiara visione di quanto ci circonda. Solo un gran desiderio e l’unione intima dei due, che corrono in questa automobile isolati nella notte come in un bozzolo, in un luogo-non luogo e in un tempo-non tempo, come chiusi in un uovo, in un crogiolo, improvvisamente permette di vincere l’oscurità. La notte oscura rende ciechi, ma crea l’atmosfera che porta, nell’intimità e nel fuoco della passione, all’estasi.

Unica poesia in vernacolo romanesco è “Vecchio convento”. Un omaggio alla città che ti ha dato i natali e ai suoi poeti immortali come Trilussa o Belli?

– Sì, assolutamente, un omaggio da allievo a grandi Maestri: non poteva mancare un riferimento alla mia Città e la chiusura è ispirata ai loro sonetti. “Vecchio convento” nasce da un episodio realmente accaduto, ed è una poesia particolarmente lunga, contrariamente alle altre, ma la chiave di lettura è in poche righe sulla fine. Scriverla mi ha entusiasmato non poco, spero piaccia anche a chi la leggerà.

Manlio Dalmasso
Poesie Alchemiche. Raccolta zero
Tipheret
Pagine 87 – € 10

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Vice direttore di DT NEWS, Alessandro Staiti è nato a Roma dove si è laureato in Storia della Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea e specializzato in Comunicazione e Organizzazione Istituzionale con tecnologie avanzate. Inizia nel 1976 come dj a «Onda Radio 101» una delle prime cinque radio libere romane. Giornalista pubblicista dal 1981, è stato collaboratore delle riviste musicali «Mucchio Selvaggio», «Chitarre», «Ciao 2001», «Music», «New Age Music & New Sounds», «Etnica & World Music», «Acid Jazz», caposervizio delle pagine «Cultura» e «Sesso e Salute» del quotidiano nazionale «Quigiovani», caporedattore della rivista «Esoterica» e autore di instant book su Sting, a-ha, e Peter Gabriel. Ha pubblicato i saggi «Robert Fripp & King Crimson» (Lato Side, 1982), il primo libro al mondo sul chitarrista inglese e sui King Crimson e «In The Court Of The Crimson King» (Arcana, 2016) la prima monografia in Italia sull'album d’esordio della band che ha cambiato la storia del rock. Collaboratore di «Classic Rock», «Chitarra Acustica», «La Stampa».

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