CORONAVIRUS – Un’analisi dei dati. L’importanza di DPI e di tamponi per uscire dalla fase di emergenza.

Unica buona notizia della giornata!

Fino al 14 marzo 2020 il numero di tamponi eseguiti è stato 109.170, i casi totali 21.157. Il detection rate era del 19% (cfr. figura 1, freccia blu)
Con oggi (21 marzo 2020), il numero di tamponi eseguiti è salito a 233.222, i casi totali a 53.578 (cfr. figura 2, freccia blu). Il detection rate attuale è del 23%.

Nell’ultima settimana, soprattutto su iniziativa di alcune Regioni, è aumentato di molto il numero di tamponi eseguiti. Si è passati da una media giornaliera in Italia di 12-15.000 tamponi a circa 25.000 tamponi al giorno. In una settimana abbiamo avuto il doppio dei tamponi!

Interessante il dato del detection rate: dal 19% è passato al 23%. Qualcuno sostiene che fare più tamponi annacqui il loro potere diagnostico. Invece, è addirittura aumentato in percentuale il numero di tamponi positivi rispetto ai totali eseguiti.

Perché questa è una buona notizia? Perché potrebbe almeno in parte spiegarci i dati drammatici sugli incrementi di nuovi contagiati e di morti degli ultimi due giorni. I casi aumentano non solo perché ancora non riusciamo pienamente a controllare il diffondersi del contagio ma anche perché facendo più tamponi misuriamo meglio la portata dell’epidemia stessa. Da diagnosi presuntive passiamo a diagnosi di certezza sui contagiati da COVID-19, sui morti DI COVID-19.

A proposito, smettiamo di dire che sono morti CON il COVID-19, diciamo che sono morti DI COVID-19. D’accordo le stratificazioni per età, genere, comorbidità per meglio comprendere chi sono gli individui più a rischio ma non edulcoriamo l’amara verità.

Facciamo un esempio pratico. Un povero sventurato aveva uno o più di questi problemi: la pressione alta, un pregresso infarto, un cancro, il diabete. Tutte patologie ad altissima prevalenza negli over70, tant’è che mentre vi scrivo mi sembra di tracciare il profilo tipo dei pazienti che, nonostante le loro comorbidità, ci troviamo lo stesso a sottoporre a delicate procedure chirurgiche. Fino al giorno prima quel povero sventurato non era ricoverato in ospedale e conduceva la sua vita in casa tranquillo. Poi un brutto giorno contrae il COVID-19, finisce in terapia intensiva o non fa nemmeno in tempo e dopo poco muore. Io credo che quel povero sventurato sia morto DI COVID-19!

Oggi in Lombardia il tasso di letalità ha raggiunto il 12%, come indicato nella figura 2 con la freccia rossa. Perché la letalità in Lombardia è così elevata? 
Là esiste una variante mutata più aggressiva? NO! 
La popolazione è più anziana e quindi è maggiore la percentuale di soggetti a rischio? NO! Non credo che l’età media lombarda si discosti in maniera così significativa rispetto ad altre regioni. 
La letalità è il rapporto tra numero di morti al numeratore e il numero totale di casi al denominatore. Se, rispetto al volume complessivo di soggetti potenzialmente infetti, esegui pochi tamponi e solo ai sintomatici, il denominatore apparirà falsamente basso. Risultato: il dato sulla letalità appare falsamente elevato. NI! Nell’ultima settimana il numero di tamponi è aumentato sensibilmente, eppure il dato invece di migliorare è purtroppo peggiorato.
Andiamo all’ipotesi che sostengo da giorni. Io penso che sfortunatamente siamo arrivati al punto di Breakdown, alla saturazione delle risorse. In media ogni giorno la Lombardia annuncia 2000-2500 nuovi casi. Di solito, abbiamo ormai tristemente imparato che circa il 10% dei pazienti ha bisogno di terapia intensiva, quindi circa 200 pazienti/die. Purtroppo da un paio giorni il numero di pazienti in terapia intensiva è fermo a 1000 unità, aumentando solo di 40-50 unità/die. Sono finiti i posti! Gli incrementi che si ottengono sono comunque subottimali. Anche se si riuscisse ad aumentare il numero di posti in terapia intensiva aumentando il numero di ventilatori, sarebbe comunque insufficiente. Terapia intensiva è soprattutto intensità di cura: un infermiere ogni due pazienti, un medico ogni 5-7 pazienti. Con mille pazienti COVID-19 in terapia intensiva, i medici e gli infermieri sono comunque troppo pochi ed esausti. Inoltre, quasi il 10% – per mancanza di tamponi e DPI – si infetta e qualcuno muore. Spero che l’arrivo nei prossimi giorni di personale sanitario cinese, cubano, neolaureati possa alleviare il fardello, ma temo faccia più l’effetto di una goccia nel mare.

Il Governo deve impegnarsi di più e lasciare da parte un atteggiamento considerato per certi versi fin troppo passivo.

Autorevoli scienziati da giorni e con valide argomentazioni sottolineavano, difatti, l’importanza di DPI e di tamponi. Tuttavia, per colpevole incapacità, invece di ingegnarsi a livello nazionale e internazionale per produrli o importarli, si è voluto ostinatamente negare la loro importanza, la loro utilità, salvo poi progressivamente ricredersi. Ed ecco che da un paio di giorni si registrano timide aperture verso l’incremento nel numero di tamponi da eseguire e nell’utilizzo dei DPI. Non è ancora però stata avviata la produzione nazionale e si è persa una settimana cruciale per cercare di importarli dall’estero. Nel frattempo, infatti, l’epidemia è diventata una pandemia e nessuno Stato è disposto a cedere i suoi prodotti. Nessuno Stato, eccetto il nostro, dovesse essere confermata l’esportazione di oltre 500.000 tamponi da una fabbrica del Bresciano verso gli Stati Uniti.

Il Governo ha giustamente insistito da giorni sull’importanza dello STAIACASA. I runners sono così diventati gli untori del Terzo Millennio. Tuttavia non credo sia sufficiente insistere su questa narrativa dello STAIACASA, minacciare l’uso dell’esercito. Io penso che gli Italiani nell’ultima settimana abbiano compreso l’importanza di queste misure restrittive e le abbiano in larghissima parte rispettate. Recandomi in ospedale tutte le mattine ho visto strade deserte, nessun assembramento se non davanti i supermercati, rarissimi irresponsabili. Staiacasa è una conditio necessaria ma non sufficiente. Non serve la forza che tanti invocano, servono le idee, le strategie. Idealmente basterebbe che tutti quanti rimanessimo chiusi in casa, da soli per 20-25 gg ma ciò non è possibile. Dobbiamo agire in maniera mirata su quei pochi che di necessità non possono stare a casa. Con l’ulteriore stretta di sabato sera diventano veramente poche categorie. Riusciamo a fare i tamponi e dotare di DPI almeno questi? Lo dico da giorni: il ragionamento è molto semplice. Se qualcuno tra chi circola dovesse essere inconsapevolmente infetto, entrando in contatto contagia anche altri che circolano, e poi tornando a casa, questi a loro volta infettano i congiunti, rallentando lo spegnimento del contagio. In quest’ottica vanno letti i tamponi “volanti” eseguiti ai conducenti dell’auto nei posti di blocco. Misura già adottata con successo in Corea, imitata ora da USA e Germania.
Analogamente all’ingresso in ospedale dovrebbero essere eseguiti i tamponi al personale sanitario, ai pazienti e ai pochissimi familiari eventualmente autorizzati all’assistenza. Misure simili ovviamente anche per farmacie e supermercati. Laddove non fosse possibile garantire un numero così elevato di tamponi, attrezzarsi per implementarli e contingentare il numero di uscite per fare la spesa (1 volta a settimana, 1 membro per nucleo familiare). 

Un’altra misura importante da adottare, a mio avviso, è quella di modificare le modalità di isolamento domiciliare. I soggetti in isolamento domiciliare sono un numero consistente, quasi il 35-40% dei contagiati. Io credo che un soggetto positivo non possa tornare nel proprio domicilio. Spesso l’abitazione è infatti, condivisa con altri individui e un isolamento in una parte di casa, in spazi piccoli e affollati, è di fatto concretamente irrealizzabile per l’intera durata della quarantena. Allora perché non utilizzare gli alberghi ora deserti? Un sussidio economico agli albergatori in cambio della disponibilità della loro struttura. Il modello è già stato adottato in passato con i terremotati, i migranti. Avremmo molteplici vantaggi. La quarantena sarebbe più efficace, controllata, i pazienti sarebbero costretti a rimanere veramente isolati, senza il rischio di contagiare i congiunti, un’equipe medica potrebbe monitorare la situazione clinica in un unico posto senza disperdere risorse in più luoghi, gli albergatori riceverebbero un discreto aiuto per le loro difficoltà economiche.

In carenza di adeguati DPI e tamponi, un’analoga misura potrebbe essere adottata per il personale sanitario esposto. Moltissimi di noi, da quando è scoppiata questa epidemia, hanno capito quanto siamo “sia parte della cura, sia parte della malattia”. Prudentemente, abbiamo deciso volontariamente di isolarci dai nostri affetti, abbiamo rinunciato a vedere compagne/compagni, figli, genitori.

Personalmente da ormai due settimane ho scelto di restare da solo, ma non per tutti, pur volendolo, è possibile. Un supporto dello Stato in tal senso, a quelli che definisce eroi, sarebbe d’uopo.
Sono così di getto le prime misure strategiche che mi vengono in mente e sicuramente se ne possono partorire tante altre.

Il concetto finale però è che non basta chiudere tutto, stare in casa, non serve la forza ma serve la forza delle idee.

* Fabrizio Presicce è dirigente di Urologia all’Ospedale San Filippo Neri di Roma

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