Audrey, mia madre. Intervista al figlio italiano di “Holly Golightley” e altre leggende del cinema

Fragranze, sapori, colori sgargianti. Un «quaderno sfilacciato con le sue ricette». Ecco come nasce il libro di Luca Dotti, romano, 50 anni, per condividere col nostro Paese il ricordo di sua madre. Una madre che siamo più abituati a immaginare appollaiata dolcemente sul davanzale, chitarra tra le braccia e il testo di Moon River sulle labbra in Colazione da Tiffany. Proprio così. Luca Dotti è il figlio di Audrey Hepburn, nato dal matrimonio dell’attrice con lo psichiatra italiano Andrea Dotti (1969). Ed è l’autore del libro Audrey mia madre (Mondadori Electa).

Tutti sappiamo chi è Audrey Hepburn. Chi è invece Luca Dotti? Di cosa si occupa?

«Per più di vent’anni ho lavorato come grafico; all’incirca sette anni fa ho cominciato ad aiutare mio fratello in alcune iniziative relative a nostra madre. Attraverso mostre, libri e progetti legati a mia madre, aiutiamo associazioni come l’Unicef, ma anche altre più piccole e certo non meno interessanti. Sono sposato, ho tre figli, di quattordici, cinque e quattro anni».

Audrey, icona mondiale di eleganza, impegno e generosità. Si sente un po’ il peso della responsabilità con una mamma così?

«Certamente sì. C’è una responsabilità verso quello che mia madre ci ha insegnato: l’equilibrio tra il pubblico e il privato, che è prezioso e deve restare riservato. E poi c’è la grande responsabilità verso tutta quella sfera di persone che hanno bisogno di aiuto: infanzia maltrattata e abusata, ospedali e realtà che lottano per la sopravvivenza».

Quanto è stato difficile far convivere l’amore di figlio con l’idolatria del pubblico, di tutto il mondo?

«Inizialmente è stato molto complicato. Mia madre conviveva col suo personaggio pubblico molto bene, riusciva a essere sempre incredibilmente se stessa. Quando morì, io avevo solo ventitré anni e  la risonanza della sua morte, naturalmente, fu mondiale; io cercai di proteggermi. Cercai di separare la mia vita da tutta la storia pubblica di mia madre, di non diventare per tutti “il figlio di”. Pian piano ho riappacificato i due aspetti».

Qual è l’aspetto che secondo lei non ci aspetteremmo mai di trovare in Audrey, e che grazie a questo libro scopriremo?

«Non saprei. Sa, internet mi ha aiutato a capire quanto le persone conoscessero e amassero il lato fortemente autentico, naturale, di mia madre. Mia madre aveva una grande ingenuità. Non era assolutamente una sprovveduta, ma malgrado tutto non fingeva. Ed era un’ottima cuoca. C’è gente che mi dice: “Ma davvero tua madre cucinava? Noi non pensavamo neppure che mangiasse!”».

Quanto è durato e com’è stato il “periodo italiano” di Audrey?

«È durato per quasi trent’anni. Era diventata molto, molto italiana. Il suo sogno fin da bambina era stato quello di avere una famiglia, un marito e dei figli da amare e accudire. In un certo senso, mia madre a Hollywood ci era passata ma non ci era mai entrata».

Audrey Hepburn ha avuto molte vite. Quale, secondo lei, l’ha segnata e cambiata di più?

«Credo sia stata la seconda guerra mondiale. Parlava più intensamente e più volentieri di quel periodo (le mancanze, la sofferenza, ma anche i rumori e gli odori della guerra) che della sua carriera cinematografica. E poi il suo lavoro per l’Unicef, che ha svolto con grandissimo amore. Diceva che il suo impegno umanitario era qualcosa di profondamente materno».

E, nella sua vita più “leggera”, quella da attrice, c’è una scena o un film in cui, da figlio, l’ha amata di più?

«Sono legato a Vacanze romane, che ha reso Roma “iconica” e che ha ritratto una femminilità molto moderna. Ma anche Come rubare un milione di dollari di William Wyler: da maschietto, mi piaceva perché c’era azione. E poi un film che mia madre amava moltissimo, ma che è meno conosciuto degli altri: Gli occhi della notte, di Terence Young. Lì non c’era più La Audrey Hepburn “bambina”, eterna cerbiatta: c’era un’attrice più matura».

È vero che, quando in Sabrina la vide baciare Humphrey Bogart corse ad allertare suo padre, convinto che lo stesse tradendo?

«Sì. Ero molto piccolo. All’epoca non era facile vedere un film in tv: occorrevano una cinepresa e un proiezionista, era un evento speciale. Un giorno a casa nostra proiettarono Sabrina, e quando vidi mia madre baciare un altro uomo corsi da mio padre a riferirglielo. Questo è emblematico di quanto conoscessi meglio il lavoro di medico di mio padre che la vita da star di Audrey Hepburn».

La sua infanzia sarà stata piena di incontri speciali. Qualcuno in particolare?

«Ne ho un ricordo un po’ irregolare. Se me lo avesse chiesto anni fa, avrei detto che non ne avevo memoria. Perché per me era normalissimo avere a cena Julie Andrews: nessuno mi creava l’aspettativa di incontrare di persona Mary Poppins, o Roger Moore in carne ed ossa… Oggi mi rendo conto».

E come mai non ha scelto di fare cinema?

«Giammai. Il pubblico mi terrorizza! Al massimo avrei potuto fare radio. Forse avrei potuto calcare le orme di mio padre come medico, ma alla fine ho scelto una strada tutta mia. Per essere un buon grafico però serve l’empatia con gli altri: e in questo somiglio a entrambi i miei genitori».

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