VISTI PER VOI – Sorry we missed you

D’ora in poi li guarderemo con occhi diversi. Sono i Rider, i fattorini che consegnano pacchi a ritmi impossibili. Sono i protagonisti di Sorry we missed you il nuovo film di Ken Loach. Un ritratto impietoso delle condizioni di vita e di lavoro dei nuovi schiavi, persone costrette ad assumere tutte le responsabilità e i costi di un’attività che richiede una dedizione assoluta, senza avere alcuna tutela sindacale.

Ma cosa vuol dire bussare alle porte di persone che hanno fretta, che non vogliono ritirare un pacco? Ce lo racconta la giornata di Ricky, che decide di diventare un “padroncino” per poter riuscire a comprare una casa. Un sogno da condividere con la moglie Abby, che assiste anziani a domicilio e con i loro due figli, Liza Jane e Sebastian, in piena adolescenza.

Maestro nel denunciare la mancanza di diritti nella nostra società, Loach riesce a raccontare il lento e progressivo deterioramento delle relazioni familiari, l’impossibilità di seguire la vita dei figli e l’assoluta mancanza di solidarietà che, come in Io, Daniel Blake, mette ai margini chi non riesce ad entrare negli ingranaggi del sistema.

Loach ci mette di fronte a una realtà intollerabile, in cui non c’è più spazio per niente, nemmeno per mangiare o per stare a casa se si sta male. Si è pagati solo in base al numero di consegne e tutti gli oneri dell’attività, dall’acquisto del furgone ai vari imprevisti, sono a carico dei lavoratori. Altro che “sei padrone del tuo destino”, come gli dice il capo, che poi precisa che lui “non lavora per noi, ma con noi”.

Uno scandalo che non riguarda solo il Regno Unito, uno sfruttamento che non prevede coperture assicurative e richiede una reperibilità continua. Ora sappiamo cosa c’è dietro l’e-commerce e la comodità di acquistare da casa. Dietro ogni pacco  ci sono storie di precariato, un finto lavoro autonomo che invece ha padroni spietati.

Ed è tutto vero, come ci ricorda il regista che, alla fine del film, ringrazia i trasportatori che in forma anonima gli hanno raccontato le loro condizioni di lavoro e la realtà del nuovo precariato. Un invito a lottare per cambiare le cose, perché ci sono diritti che non si possono calpestare.

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