TEATRO – All’Eliseo, fino all’11 dicembre, “La pazza della porta accanto”

Lo spettacolo, di Claudio Favia, per la regia di Alessandro Gassmann, è un omaggio all'indimenticata Alda Merini

Fotografie per la stampa La Pazza della porta accanto. Ombretta De Martini @2015

In scena, fino all’11 dicembre, al Teatro Eliseo di Roma, sussurri e grida della poetessa dei navigli.“La pazza della porta accanto”, atto unico di Claudio Fava, con la regia di Alessandro Gassmann, è un “omaggio ad Alda Merini che amava la vita e amava l’amore”. Tutto parte dal suo arrivo in Manicomio, prima della Riforma Basaglia del 1978. Alda, a 36 anni, si ritrova rinchiusa su richiesta del marito e si incarna nel corpo esile, nervoso, scattante e imprevedibile di Anna Foglietta.

Varca la soglia una poetessa, una donna dolente ma viva, che viene spogliata dei suoi vestiti e privata persino delle sue impronte digitali. Impaurita, si ritrova in un girone dantesco, tra donne perse, a volte insolenti. A loro legge i suoi versi : Sono nata il ventuno a primavera/ma non sapevo che nascere folle/aprire le zolle/potesse scatenar tempesta./ Così Proserpina lieve/vede piovere sulle erbe,/sui grossi frumenti gentili/e piange sempre la sera./Forse è la sua preghiera.

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Come le altre, subisce le scosse, le medicine, la segregazione, l’assenza di affetti. Erano gli anni in cui la parola “depressione” non si conosceva e chi soffriva di questa malattia veniva definito pazzo : le viene diagnosticata una schizofrenia paranoide. Lo spettacolo racconta la capacità di resistere alla cattività forzata del manicomio, l’aspirazione profonda di Alda alla libertà del corpo e della mente, il suo amore per i figli, l’insofferenza per le troppe regole. E’ proibito fumare, parlare, piangere, ma lei non vuole il Serenase, vuole innamorarsi.

Le pazienti sono guardate a vista da infermiere che alzano muri e cancelli di una normalità coatta, che uniforma come le loro vesti incolori. « In base ad una legge fatta da uomini sconosciuti- dice Alda- la sveglia suona alle 5, poi c’è una doccia forzata, sapone sulle parti intime e per tutte lo stesso asciugamano lercio” .

Molto ben gestito lo spazio scenico, che consente di articolare un “dentro” e un “fuori”, con muri che si spostano per includere o escludere e che consentono rapidamente di creare ambienti diversi senza interrompere la narrazione, che resta fluida.

Solo due i personaggi maschili: lo psichiatra e Pierre, un paziente con cui Alda ha avuto una storia d’amore. Il dottor G (Angelo Tosto) racconta il paternalismo di una Medicina che « vuole esplorare il buio delle anime » ma poi pratica l’elettrochoc, una volta a settimana, a tutte le degenti, « per sciogliere il Male ». Cerca di blandire Alda, le regala una macchina da scrivere, ma non le strappa la convinzione di essere stata trattata come una cavia, una bestia senza nome.

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Pierre racconta un corpo piegato da gesti stereotipati e la mente oppressa da divieti e deliri che trovano sollievo nell’amore proposto dalla poetessa, consumato nonostante i divieti e che porterà alla nascita di un bambino. Lui offre fiori, un fugace riparo dalla disgregazione manicomiale. I due verranno allontanati e il bambino portato via.

La ribellione di Alda Merini risulta un po’ compressa nella fisicità della Foglietta, che pure ci mette l’anima e da il meglio di sé nelle scene con le altre donne, con cui dividerà l’uscita dal Manicomio, verso un futuro incerto, che vale però la pena di scoprire.

Fuori è meglio? Risuona forte la domanda di Alda Merini. Anni dopo, Franco Basaglia, nelle Conferenze Brasiliane (1979), scriverà“Giorno dopo giorno, anno dopo anno, passo dopo passo, disperatamente trovammo la maniera di portare chi stava dentro fuori e chi stava fuori dentro”.

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