TEATRO – “Laika”, di Ascanio Celestini

Al Teatro Vittoria di Roma fino al 24 aprile.

Viviamo tempi bui. Poche certezze, pochi diritti.Gesù torna nel mondo per osservare l’umanità sofferente, è un uomo che si confronta con i suoi dubbi e le sue paure, in un piccolo appartamento di periferia. Ecco come Ascanio Celestini ci racconta la crisi delle religioni ma anche delle ideologie, nel suo nuovo spettacolo, Laika, al Teatro Vittoria di Roma, dal 19 al 24 aprile.

In scena, solo un piccolo sipario rosso, delle abat-jour e una catasta di casse di plastica colorata. All’inizio, l’attore parla di Laika, la cagnolina imbarcata a bordo della capsula spaziale sovietica Sputnik 2, il 3 novembre 1957 . E’ stata il primo essere vivente ad andare nello spazio: “Se Dio sta in Cielo, la creatura più vicina a Lui era un cane, un cane di strada”, precisa Celestini, che denuncia anche un inquietante abbassamento della volta celeste. Ma torna subito alle vicende quotidiane, alle umane miserie.

Prima però bacchetta Dio, quello che secondo il grande  fisico e matematico Stephen Hawking , non esiste. E allora Lui “si incazza e lo fa diventare spastico”.Viene punito anche Steve Jobs, che dà un computer ad Hawking e muore di cancro. Un Dio “potente, grande ma incazzoso”, lontano dal resto del mondo, un po’ come il protagonista del film “Dio esiste e vive a Bruxelles”.

E ci pensa Celestini a far incarnare il figlio di Dio, in un monolocale di periferia, con vista sul parcheggio di un supermercato. Il suo Gesù, che mette occhiali scuri come un cieco, vive insieme all’apostolo Pietro, interpretato da  Gianluca Casadei, che regala commenti musicali con la sua fisarmonica. Discutibile la scelta di affidare la  voce di Pietro a quella, registrata, di Alba Rohwacher, che non si accorda al discorso narrativo e disorienta lo spettatore.

Celestini guarda i personaggi che incontra, confermando la sua predilezione per gli ultimi e sceglie di ascoltare le loro ragioni, i loro dolori.

Il suo povero Cristo beve sambuca scadente, ha nelle tasche un biglietto del tram che scadrà presto e quei gettoni di plastica per i carrelli del supermercato che non valgono niente. Arriva il barbone, che prima era un facchino che spostava i pacchi come un automa, dipendeva dal caporale col furgone giallo e sopravviveva solo grazie al pensiero che il suo turno finiva. Poi c’è il Tfr che svanisce nel nulla, i turni diventano massacranti e gli straordinari obbligatori e non pagati. Una catena di montaggio in cui ognuno è solo un ingranaggio, un numero, una cosa. “Se ti ribelli, perdi il lavoro, e diventi un barbone”.

Ed eccoli, i figli e le figlie di Dio, per cui non arriva alcun miracolo e il Paradiso, come dice Stephen Hawking, “E’ una favola in cui crede chi ha paura del buio”.

C’è la  Vecchia che non crede, non ha tempo per pregare e andare in Chiesa come le baciapile: tutti hanno bisogno di lei, figli, nipoti e vicini di casa.  Una Prostituta è una brava donna che voleva fare la suora e si lamenta perché, bruciando i copertoni, “diventerà un copertone anche lei”.

Il personaggio più tenero è una Donna “con la testa un po’ impicciata”, che va in chiesa, ha perso il figlio in un incidente e scrive lettere cattive di Dio, arrabbiato con i miscredenti. Ora scrive tutto, quaderni su quaderni, per mettere un po’ d’ordine nei suoi ricordi sfalsati.

Sospeso, come al solito, tra cielo e terra, Celestini ci racconta l’unica Storia che gli interessa, quella degli Ultimi, che nel suo mondo sono sempre al primo posto. E, nello spettacolo, siamo   tutti   parte di un’umanità confusa, ma viva.

Non ci sono eventi prodigiosi, ma iniziare a dare ascolto all’umanità sofferente della porta accanto, questo sarebbe davvero un miracolo laico, di quelli che piacerebbero a Celestini.

“C’è scritto Dio è dei poveri -dice l’attore- ma Dio è dei ricchi, è sempre a pagamento” e aggiunge “Padre nostro un giorno fai la nostra volontà e non solo la tua e liberaci dal Male”.

E alla fine un miracolo accade: un cieco, una vecchia e una donna con la testa un po’ impicciata sono scese in piazza, per salvare la vita a un barbone.

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Scrivere, da sempre, è la mia passione. Sono giornalista pubblicista dal 1989. Ho lavorato come addetto stampa e scritto a lungo, come freelance, per il Corriere della Sera e l'Unità. Amo il cinema e l'arte contemporanea, l'attualità, la vita delle donne, la divulgazione scientifica. E molto altro.

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