TEATRO – “Il registro dei peccati”, di Moni Ovadia

In scena al Teatro Vittoria fino al 24 marzo

Torna in scena Moni Ovadia, maestro e cantore del mondo del Khassidismo, la tradizione culturale degli ebrei della diaspora, nata nell’Europa centro-orientale.”Il registro dei peccati – Rapsodia lieve per racconti, melopee, narrazioni e storielle”, in scena al Teatro Vittoria di Roma fino al 24 marzo, è un recital – reading in cui si racconta la spiritualità che si accompagna all’esilio.

Moni Ovadia propone un viaggio in tre tempi: il racconto, il canto e l’umorismo, in cui accede al mondo Kassidico con preghiere, lente melodie, storie, citazioni colte, senza dimenticare l’ironia dell’umorismo ebraico.

Con grande sensibilità e quel suo distacco da “ebreo agnostico e filo marxista”, si immerge nelle umane miserie ma anche nei Sacri Testi con la precisione dello studioso e con la leggerezza di un cantastorie raffinato, un poeta viandante, colto e amante dei paradossi, delle contrapposizioni. Anche tra Sacro e Profano.

“Noi non siamo esseri umani che vivono una esperienza spirituale. Siamo esseri spirituali che vivono una esperienza umana” .Lo spettacolo inizia da questa frase di Pierre Teilhard de Chardin, teologo cristiano, scritta in oro sulla Sinagoga di New York e che colpisce Moni Ovadia, invitandolo una serie di riflessioni.

“Certo- dice- siamo spesso in balìa degli istinti, ma non possiamo che essere colpiti da esseri umani , fisicamente fragili ma dalla grande spiritualità, come Gandhi e Madre Teresa di Calcutta”. Ci racconta poi gli uomini dipinti da Chagall, leggeri e sognanti, metafora del migrante di ieri e di oggi, in sintonia con lo spiritualismo yiddish mistico-pietistico, sospesi tra cielo e terra. E’la cultura dell’esilio, celebrata dal khassidismo, espressione culturale e spirituale della fragilità umana e della sua bellezza, di chi sa celebrare la vita e poi librarsi verso il cielo, dando luogo a profonde trasformazioni culturali e filosofiche.

Ci sentiamo tutti un po’ esuli, migranti ammalati di nostalgia e proiettati verso una Terra promessa che non ci appartiene, ascoltando questo Poeta che cita la Bibbia come un racconto in cui Dio dice che “non è interessato alla religione, ma alla giustizia sociale”, quella che solleva gli oppressi, gli orfani e le vedove e non il rito privo di senso dei baciapile e dei moralisti.

“I maestri ebrei- dice Moni Ovadia – sono grandi narratori e trovano grandi ispirazioni leggendo la Bibbia”. La storia dell’umanità è legata all’assassinio di Abele da parte di Caino. E “quando Dio salva Noè, un solo uomo, indica la strada in cui, d’ora in avanti, ognuno è responsabile”. E anche il diluvio universale diventa lo spunto per riflettere sui pericoli che incombono sulla nostra fragilità e sul bisogno di storie che fondano la nostra identità, ma solo se riusciamo a sottrarci al potere della Tv e delle sue verità stereotipate.

Nel teatro si leva il canto di Monia Ovadia che ci invita tutti a ritrovare la nostra voce, quella dell’anima, al di là delle performance dei talent show televisivi e del mito effimero della “bella voce”. E incanta gli spettatori con la storia di Pinuccio Sciola che a San Sperate, in Sardegna, scolpisce arpe di pietra basaltica e calcarea, arpe che cantano, portando la voce del Fuoco e della Materia dell’Universo. E poi con quella di Marie Keyrouz, una suora libanese, interprete di musica sacra orientale, “una Giovanna d’Arco della voce”. Con il suo canto, che sgorga dall’anima, ha dato pace a una madre che imprecava per l’uccisione di suo figlio, un giovane palestinese immerso in un lago di sangue.

E’ il trionfo della Misericordia sull’odio, della Preghiera sulla vendetta. E’ la forza del Canto che porta nostalgia e sollievo ai Mali di tutti i tempi.

Moni Ovadia ci regala irresistibili battute di umorismo ebraico, che non punta a far ridere, ma a scardinare la contrapposizione e le false certezze del pregiudizio. Non cerca una risata che ci liberi dalla tensione, ma ci stimola alla ricerca di verità mutevoli, che non risparmiano la Religione e il Potere costituito, Gesù e ufficiali delle SS. Un umorismo spirituale che rovescia le carte in tavola.

Ci racconta “un Dio che sopporta i credenti ma predilige gli Atei”. Il suo ateismo è assunzione di responsabilità verso gli oppressi :“E’ nell’atto di accogliere che ognuno di noi trova la sua identità: Amerai il prossimo tuo come te stesso, dice il Levitico”. In questo canto di dolore e condivisione, questo Poeta leva la sua voce e accoglie la fragilità di tutti gli oppressi, al di là di schieramenti politici e dogmi religiosi.

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