RECENSIONE – “Mustang”

Al di là delle grate, che rinchiudono cinque ragazze, c’è il mondo, la libertà, il vento nei capelli.  E un amico può essere fondamentale per sfuggire a un destino fatto di abusi in famiglia e matrimoni combinati. Questo ci racconta, non senza momenti comici e colpi di scena, la regista Deniz Gamze Ergüven nel suo film d’esordio, Mustang.

E’ la storia delle sorelle Lale, Nur, Ece, Selma e Sonay, che vivono in un villaggio della Turchia settentrionale. Solo per aver giocato con dei ragazzi in riva al mare, vengono recluse, picchiate, chiuse in “vestiti senza forma, color merda”.

A ogni loro tentativo di fuga da una vita di casalinghe e mogli, arrivano nuove grate, alla porta, alle finestre, aggiunte con crudele compiacimento dallo zio Erol,che si è assunto l’onere di impartire l’educazione dopo la morte dei genitori.

L’unica cosa che non è proibita è sognare. Selma si rassegna a un matrimonio combinato.  Ece non ce la fa. La più grande, Sonay, riesce a imporre il matrimonio con un ragazzo che ama. La più piccola, Lale è la più insofferente alle costrizioni continue e decisa a vivere una vita senza sbarre.

Mustang , che si può tradurre in “non domate”,è un film coraggioso, che ha vinto il premio Lux 2015, assegnato dalla Comunità europea al film che meglio promuove la diversità culturale e linguistica europea. Racconta come una casa si possa trasformare in una prigione. Oltre alle sbarre, vengono imposti corsi di economia domestica e impedita la frequenza alla scuola. Proibiti trucchi, computer, telefono. Imposte visite per attestare la verginità. Una vita soffocata, non molto diversa da quella vissuta dalle donne in altre parti del mondo, dove la ribellione si paga con la vita. Sessuofobia, nessun contatto con gli uomini, matrimoni con uomini appena conosciuti.

La forza del film è soprattutto nella grande intesa tra le sorelle, nel loro amore per la libertà, e nel contrasto con valori imposti con la forza da una società patriarcale. Mustang è lo specchio di un Paese dove, a fronte di una iniziale emancipazione, (le donne hanno ottenuto il diritto di voto prima di altre nazioni europee, nel 1934) si stanno facendo strada partiti politici che sostengono con forza il ruolo tradizionale delle donne, come l’AKP, il Partito della giustizia e dello sviluppo.

La regista provoca un rovesciamento inatteso e racconta l’uscita dalla trappola di Lale e Nur. Fondamentale la complicità di una zia, che copre in maniera sorprendente un’uscita delle ragazze e soprattutto l’intervento di un amico, Jasim, che rende possibile la fuga verso la libertà. E’ il segno che nessuna rivoluzione è possibile senza la solidarietà tra le donne e il sostegno di uomini che non si adeguino ai valori patriarcali. Senza parità tra uomo e donna nessuna società può dirsi civile e la convivenza tra valori opposti non può che risolversi a favore della libertà delle donne. Un processo inarrestabile, soprattutto per la forza e la ribellione delle nuove generazioni.

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